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Sono tornata a Lucca dopo dieci anni trascorsi a Berlino con il desiderio di abitare nuovamente un luogo che mi appartiene, ma che oggi percepisco diverso, come se anche io lo fossi diventata. Displaced Realities nasce da questo scarto: tra ciò che ero e ciò che sto diventando, tra memoria e trasformazione, tra radicamento e spaesamento.

Il mio lavoro ha attraversato per anni il corpo, la fotografia performativa, la vulnerabilità esposta come gesto politico e intimo. Oggi sento la necessità di spostare lo sguardo: non rappresento più il corpo, ma ne seguo le tracce, la presenza invisibile, il suo modo di abitare lo spazio anche quando sembra assente.

Mi interessa la psicologia degli spazi e le dinamiche interiori che essi attivano. Lo spazio non è mai neutro: è organismo sensibile, superficie emotiva, luogo di proiezione. Con queste opere costruisco ambienti che non si impongono ma accolgono, che chiedono allo spettatore di rallentare, sostare, ascoltare.

La vulnerabilità non come fragilità ma come permeabilità. Come apertura. Come possibilità di lasciarsi attraversare.

Luce, riflessi e movimento diventano strumenti percettivi, elementi che trasformano l’ambiente in una dimensione immersiva e silenziosa. Uno spazio che respira, che non mostra ma suggerisce, che invita a un tempo diverso.

 

Come il respiro.
Lo stare.
L’attesa di un’emozione che cresce e si scioglie.

In questo lavoro esploro una presenza che vibra pur non manifestandosi, un corpo che si dissolve per diventare atmosfera, ritmo, eco. È un attraversamento lento, delicato, quasi ipnotico, in cui lo spettatore è invitato a percepire più che a comprendere.

Displaced Realities è un ponte tra due tempi, due modi di abitare il mondo. Un luogo sospeso in cui ciò che è stato e ciò che sta emergendo coesistono in silenzio.

Un dialogo sottile tra ciò che ero e ciò che sto diventando.

Lucrezia Rossi © 2025 

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